Se scioperano anche i ricchi

Poveri i nostri calciatori, usati e bistrattati, in balia di presidenti tiranni e società insensibili, costretti loro malgrado ad andare a giocare in squadre che non gradiscono, a farsi visitare da luminari della medicina che però loro non hanno mai visto prima oppure costretti ad allenarsi lontano dalla prima squadra e tutto questo per poche centinaia di migliaia di euro.
Del resto, dar calci ad una palla è fatica immane dalla notte dei tempi, a volte, anche sotto la pioggia ed al freddo.
Considerazioni ironiche a parte, la protesta dei calciatori si inserisce in un contesto sociale che non si discosta molto per quanto riguarda i paradossi che si stanno delineando giorno dopo giorno.
I calciatori sono una casta e come tale non intendono cedere nessuno dei loro dorati privilegi, così come in passato hanno fatto tassisti, farmacisti ed altri.
La differenza tra queste caste ed il resto dei lavoratori è che queste sono in possesso di potere contrattuale.
Non del vecchio potere contrattuale di una volta, conquistato dai lavoratori con faticose ed interminabili lotte sindacali, ma del potere padrone e sovrano del Dio denaro. Il giocattolo calcio muove tanti interessi intorno a se ed una domenica di stop farebbe andare in fumo tanti dollaroni e ciò non è ammissibile. Per questo alla fine si troverà un compromesso che accontenterà le parti in questione.
La cosa strana è che tale prova di forza viene messa in atto proprio mentre altrove nel Bel Paese c’è chi lotta, con sofferenza estrema, per poter mantenere il proprio di lavoro, addirittura in fabbrica e per poche centinaia di euro al mese.
In casi estremi come a Melfi, si lotta solo per mantenere un semplice diritto a scioperare.
C’è qualcuno che, evidentemente, vive in un altro Paese: quello dove la crisi non c’è davvero.


Articolo di Lallo
A Cura del Gruppo Giornalistico di ScudettoWeb

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