Una scomoda verità

Un giorno avrò un figlio, un giorno mi chiederà che cos’è il calcio, quali sono le regole, perché tifo la mia squadra, perché ce ne sono altre che mi sono antipatiche, perché con alcune ancora ci sono rivalità storiche e territoriali.
Quel giorno gli spiegherò che la fede calcistica, lo dice la parola stessa, non si può cambiare, nasce con te stesso, perché quei colori scorrono nel tuo sangue e te li senti dentro per sempre.
Poi c’è la rivalità, figlio mio, quella che ti porta ad avere i classici sfottò con gli amici, quella che non deve mai sfociare nella violenza fisica o verbale, perché ti devi ricordare sempre che il calcio è uno sport e deve rimanere sempre in quei confini.
E rivalità non vuol dire non essere obiettivi, non ammettere che il tuo nemico storico è forte, gioca bene e merita il posto in classifica che ha.
C’è stato un giorno di tanti anni fa, figliolo, che l’ho dovuto fare.
Era il gennaio del 2010 e c’era una squadra piccola nella rosa, ma grande nell’anima e nel gioco che metteva sotto tutte le grandi, che dimostrava a tutti cosa vuol dire giocare a calcio, cosa vuol dire non avere paura.
Quella squadra era il Bari e come tutte le sorprese dopo un anno è tornata nell’anonimato, ma in quel 2010 erano tutti innamorati di lei ed io da leccese purosangue ho dovuto scrivere che anche io facevo parte della schiera degli ammiratori di Ventura e della sua truppa, di una squadra che ti riconcilia con la pura essenza del gioco calcio: il divertimento e lo spettacolo.

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Articolo di Mike75
A Cura del Gruppo Giornalistico di ScudettoWeb

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