Mondiali 2026: la festa XXL senza l’Italia. Tra business e sogno, cosa resta?
L’aria è già quella dei grandi eventi, carica di quell’elettricità che solo i numeri impossibili riescono a generare. Mancano pochi giorni all’inizio di quello che potrebbe essere il Mondiale più controverso e affascinante della storia recente: il primo che si giocherà su tre continenti, con quarantotto squadre invece delle trentadue a cui eravamo abituati. Si parte l’11 giugno 2026, con la cerimonia inaugurale allo Stadio Azteca di Città del Messico, dove messicani e sudafricani aprono i lavori. Poi, per poco più di un mese, il pallone volerà tra Canada, Stati Uniti e Messico, saltando da una costa all’altra dell’America settentrionale come se fosse la cosa più normale del mondo, un viaggio logistico che sembra uscito da un film di fantascienza più che da un torneo sportivo.
La prima cosa che salta agli occhi è semplicemente la grandezza della cosa. Quarantotto nazionali, centoquattro partite, sedici città ospiti distanti anche migliaia di chilometri l’una dall’altra. È un torneo “extralarge”, come lo hanno definito alcuni, ma forse più corretto sarebbe chiamarlo “industriale”. Per chi ama il calcio puro, questa espansione genera entusiasmi contrastanti; da un lato ci saranno più gare da vedere, più storie da raccontare, ma dall’altro c’è il timore che la cura dei dettagli venga meno, che le rotazioni nelle formazioni siano eccessive e che l’intensità soffra sotto il peso di una produzione troppo massiccia. Non dimentichiamo poi il fattore geografico, che rende ogni trasferimento una sfidalogistica enorme, con climi che variano dal freddo pungente di Vancouver al caldo umido e opprimente di Miami, mettendo a dura prova sia i giocatori che gli stessi organizzatori.
Su tutto questo scenario si innestano le aspettative economiche, che parlano chiaramente e senza veli. Si tratta di miliardi di dollari in gioco, un flusso finanziario che muove intere economie locali e globali. Gli host cities si stanno preparando ad accogliere milioni di turisti; gli hotel sono già pieni, i prezzi dei voli sono schizzati alle stelle e il mercato sta cercando di capitalizzare su ogni singola occasione. Negli Stati Uniti, dove il calcio aveva sempre faticato a trovare una vera cittadinanza, si spera che questo Mondiale possa segnare una svolta decisiva, trasformando l’evento in un motore economico durevole. FOX e FS1 trasmettono tutto, DAZN detiene i diritti streaming esclusivi globali, e le sponsorizzazioni sono andate a ruba ancora prima che iniziasse la competizione. Ogni azienda che vuole associare il proprio nome a questa festa del calcio “made in North America” sta tirando fuori i contratti, convinta che il ritorno sull’investimento sarà stratosferico. Il turismo sportivo, poi, è in piena esplosione, con previsioni che parlano di milioni di spostamenti transfrontalieri destinati a gonfiare le casse di alberghiero, ristorazione e trasporti.
Ed ecco però il nodo che fa più male ai cuori italiani, un nodo che stringe la gola a chiunque abbia un legame storico con questa nazione. Mentre il mondo intero si prepara alla festa, l’Italia guarda altrove, con un senso di vuoto difficile da colmare. Dopo il mancato arrivo in Qatar nel 2022, c’era stata una speranza di riscatto immediato, un grido di rabbia trasformato in motivazione. Le qualificazioni UEFA si sono svolte tra giugno e settembre 2025, con un girone difficile che includeva Norvegia, Israele, Estonia e Moldavia, ma ad oggi, a ridosso dell’inizio del torneo, gli Azzurri non si sono qualificati. È la terza edizione consecutiva in cui l’Italia manca, una sequenza senza precedenti nella storia moderna del nostro calcio. Da paese fondatore di competizioni, da vincitore di quattro Mondiali, siamo diventati spettatori passivi. Questo assenteismo riduce naturalmente l’interesse diretto del mercato italiano interno: meno partite da vendere, meno pubblicità da monetizzare, meno emozioni da rivendere sui nostri media. Eppure, paradossalmente, i tifosi italiani continuano a seguire con una passione quasi dolorosa, popolando forum online e community per analizzare le partite degli avversari, condividere clip e discutere tattica, come se cercassero di vivere per procura una gloria che loro non hanno più..
Se proviamo a guardare oltre i numeri e i soldi, restiamo però con domande che risuonano nell’aria. Cosa ci dice davvero questo formato “iper-espanso”? Forse che lo sport moderno sta diventando sempre più un prodotto da consumare, dove il volume batte la qualità e dove la logica dei mercati prevale sull’essenza del gioco? In un’epoca in cui la società frammenta sempre più attenzione e valori, un Mondiale così vasto rischia di diluire il messaggio stesso dello sport, trasformando l’atleta da eroe tragico o commovente a ingranaggio di una macchina perfetta ma impersonale. E per l’Italia, la sua assenza continua diventa uno specchio crudele: ci dice che non possiamo più vivere di rendita sulla nostra storia passata, ma dobbiamo ricostruire una identità nuova, capace di adattarsi a tempi cambiati. Allo stesso tempo, vedere il calcio diventare un evento globale così complesso ci ricorda quanto il mondo sia interconnesso, ma anche quanto fragile sia la bellezza quando viene misurata solo in termini di profitto e di audience. Alla fine, mentre gli stadi si riempiono di bandiere e colori, resta la domanda su quale valore abbia davvero quel pallone che gira tra le gambe di 48 nazioni: è ancora un simbolo di unità e sogno, o è diventato solo lo sfondo costoso di un grande affare commerciale? La risposta, forse, sta non tanto nel risultato finale della partita, ma in come riusciremo noi, spettatori e tifosi, a non perdere di vista ciò che lo sport dovrebbe insegnarci: che non tutte le vittorie si contano in trofei e che non tutte le sconfitte cancellano il diritto di sognare.
Articolo di Kaiserniky
A Cura del Gruppo Giornalistico di ScudettoWeb







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