La solitudine del numero zero

Mio padre mi ha insegnato l’onestà, mi ha insegnato che avere la coscienza pulita non ha prezzo, perché la correttezza e l’integrità sono valori che ti permettono di avere sempre la stima e l’ammirazione di chi ti circonda.

Mia madre mi ha insegnato la coerenza, mi ha insegnato che sei una sola persona e non puoi essere due uomini contemporaneamente: così se sei si destra non puoi essere di sinistra, se sei juventino non puoi diventare milanista (a meno che non sei Emilio Fede) o interista.

La mia famiglia mi ha insegnato la determinazione, mi ha insegnato che se scegli una strada la devi seguire fino in fondo, perché se cambi continuamente percorso il traguardo invece che avvicinarsi si allontanerà sempre di più.

Mio padre, mia madre, la mia famiglia, mi hanno insegnato come fare a diventare il numero uno.

E non è facile.

Quando sei un bambino che alle medie è alto il doppio degli altri fai fatica a smentire gli insulti dei compagni che dicono che c’è chi cresce in altezza e chi cresce in intelligenza, ma che le due cose raramente (e non nel mio caso) si accoppiano.

Poi scopri di avere un talento, scopri che forse non sei un genio in matematica, ma quando hai un pallone tra i piedi, hai il mondo ai tuoi piedi, sei ammirato dagli adulti, imitato dai bambini e amato dalle donne anche se quando ti guardi allo specchio assomigli più al cammello dell’avatar di SuperpadrePio che al ritratto di Brad Pitt.

E inizi a fare strada, inizi a fare carriera, ormai sei un calciatore, ormai la tua altezza non è più lo strumento di divertimento dei tuoi amici ma è diventata un pregio che fa lievitare il tuo cartellino.

Ecco l’Italia, il paradiso per chi fa questo mestiere: arrivo nella squadra più forte, quella che vince tutto, ma arrivo io e non solo quello che era il club migliore inizia a perdere, ma perde anche di credibilità, viene accusato di comprare gli arbitri e retrocesso in B.

E io in serie B non ci rimango, ci sono stato abbastanza da bambino, ora voglio diventare il numero uno e allora cambio bandiera.

Non importa se tradisco i miei tifosi, importa solo che devo continuare la mia strada per diventare il migliore di tutti.

Poi alla fine sono sempre strisce, bianconere o nerazzurre cosa cambia?

Ora finalmente sono il numero uno della mia squadra, ma vinciamo in Italia, non vinciamo nel mondo ed io voglio essere il migliore del mondo.

Allora cambio ancora, vado nella squadra che in un anno ha vinto tutto, con me non potranno che ripetersi.

Ed invece va ancora una volta male, non solo non ci ripetiamo, ma io mi sento schiacciato, non sono il leader, da numero uno sono diventato numero due, tre, quattro…

E allora c’è solo un modo per risalire, vado dove non ci sono più campioni, dove io tornerò ad essere il protagonista anche se ancora una volta dovrò deludere quelli che erano i miei ex tifosi e le strisce da neroazzurre diventeranno rossonere: in fondo per essere numeri uno bisogna avere più nemici che amici.

Ma non mi accorgo di una cosa, nella foga di seguire la mia strada ho perso per strada i veri obiettivi, ho perso l’onestà e la coerenza, ho perso la stima degli altri, ho perso l’amicizia, il rispetto di chi ha sempre creduto in me.

Mi è rimasta solo la determinazione e con quella ho risalito la scala: ero diventato numero quattro e sono tornato finalmente in alto, ma mi sono fermato troppo tardi…. tre…… due……. uno….. zero….

Ora sono il numero zero, indietro non si torna più.

Zlatan Ibrahimovic

Articolo di Mike75
A Cura del Gruppo Giornalistico di ScudettoWeb

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